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STATI UNITI FUORI DAL MEDAGLIERE. E’ LA PRIMA VOLTA DAL 1908

Per la prima volta nella storia delle Olimpiadi, nessun equipaggio statunitense è tornato a casa con una medaglia al collo. Gli Stati Uniti hanno vinto medaglie in ogni regata olimpica, ad eccezione del 1908 e del 1980, quando la nazione non ha gareggiato, sin dall’inizio ai Giochi nel 1900.

Tutte e nove le barche non sono riuscite a raggiungere il podio, con cinque equipaggi che si sono piazzate nella finale A: l’otto femminile, l’otto maschile, il doppio leggero femminile, il doppio femminile e il 4 senza maschile. I migliori risultati sono stati i quarti posti delle Ammiraglie.

“Come organizzazione, abbiamo già avviato il processo di revisione dei programmi della nostra squadra nazionale, che includeranno feedback e analisi da questi Giochi Olimpici” ha dichiarato il direttore statunitense High Performance Matt Imes che ha declinato una richiesta di intervista di Usa Today. “USRowing si impegna ad apportare le modifiche necessarie per fornire ai nostri atleti la migliore struttura e ambiente possibili per raggiungere il successo a Parigi 2024 e oltre”.

“Non credo che ci sia nulla che avrebbe cambiato lo sforzo che abbiamo messo là fuori”, ha detto la tre volte olimpionica (2008, 2012, 2016) negli otto donne Meghan Musnicki. “La spinta che abbiamo messo, quanto duramente ci siamo allenati negli ultimi cinque anni… Ma immagino di no. Non credo che ci sia qualcosa che avrebbe cambiato le cose. Tutte e nove abbiamo messo tutto in gioco oggi e sono molto orgoglioso di questo”.

LE ALI DI STEFANOS

Ci sono un po’ di cose, quantomeno difficili, da credere nel primo Oro nel Canottaggio alle Olimpiadi per la Grecia. Innanzitutto che sia il primo assoluto, anche contando i Giochi Antichi. Si svolgevano a Olimpia, tra i monti del Peloponneso settentrionale, lontano dal mare, ma accanto al fiume Alfeo. Possibile che non gli sia mai venuto in mente di far entrare gli sport acquatici nel programma dei Giochi? Forse Ercole, il semidio che li ha fondati, e che era stato anche rematore sulla mitica Argo, che di fatiche immani se ne intendeva, voleva risparmiare agli umani l’ammirazione per una disciplina tanto nobile quanto probante. Lo si può vedere su come sussulta lo scarno ma muscoloso Stefanos Ntouskos negli ultimi 1000 metri del singolo a Tokyo. Quelli sì veramente incredibili, tanto da far sembrare a confronto le vicende del figlio di Zeus delle bazzecole giusto degne di una parodia della Disney.

Ntouskos,24 anni, è quarto e non sembra poter realmente competere con il più quotato terzetto di testa. Verso i 750 metri comincia però ad acquisire un ritmo forsennato ma regolare. Sembra una fiammata giusto per sprizzare scintille, quindi un eroico tentativo di spendersi tutto sull’altare a 5 Cerchi prima che le sue speranze siano destinate ad andare in fumo. Bruciato per aver osato troppo come Icaro e aver osato rasentare il Sole. Invece vola sulle acque. Non cede di un palmo, anzi conquista sempre più terreno. Non allenta un istante la remata. Sembra una mitragliatrice in azione: un movimento meccanico e perfettamente oliato, eppure rapidissimo. La sensazione è che ogni volta che “sgancia” un colpo, a volare non sia un proiettile, ma lui stesso, di una decina di metri sulle acque. E gli avversari se ne stanno alla larga da un tal insospettabilmente pericoloso concentrato di agili muscoli e determinazione di ferro.

Non faceva paura all’inizio. Già si era conquistato le semifinali da outsider. Il suo percorso verso quello che è più di una semplice vittoria inaspettata, ma un vero e proprio trionfo, comincia però da così distante che non c’è da stupirsi che praticamente nessuno lo abbia visto arrivare. Da Rio e da cinque anni prima. Quando era ancora finalista, ma come peso leggero, nel 4 senza. Ha lavorato durissimo nell’ombra e adesso ha afferrato il Sole, per sé e per tutta l’Ellade. E quindi le braccia verso il cielo, azzurro e bianco come i colori della madre patria: «Mi sento perfetto. Mi sento veramente bene. Sono eccitato. Non ho parole. Sono felice. Sono veramente orgoglioso di mè stesso. Significa molto. È stata una gara davvero difficile. Cercavo di mantenere il contatto con i miei avversari. Sapevo che erano tosti. Sono contento di aver avuto la grande gara con loro perché so che sono i migliori al mondo».

Sull’exploit che lo consacra alla leggenda, spiega: «Ero terzo ai 750 metri, c’è stata una variazione per tenere fronte ai colpi. Ho cambiato il mio ritmo e la potenza, e mi sono trovato in testa. Volevo la medaglia d’oro così tanto che ho continuato ad andare e ad andare. Chi ha la forma migliore e la mentalità per andare continuare ad andare è il più tosto di tutti».

C’è un bel po’ di Italia in questo straordinario successo. L’orgoglio tricolore del caso è l’allenatore di Ntouskos, il napoletano Gianni Postiglione. Probabilmente l’unico che avrebbe invece scommesso sull’alloro Olimpico per il suo gioiello e che non ne è rimasto stupito. Con Stefanos, Gianni ha intensamente lavorato per trasformarlo non in Senior ma in colosso dopo esser partito da Peso Leggero. Lo ha forgiato come già aveva fatto con altri, tanti canottieri, molti italiani, in quasi 50 dei suoi primi 70 anni di vita.

Federico Burlando

KIWI DI NUOVO LEADER, PASSI DA GIGANTE OLANDA , CRISI GBR E USA

L’otto della Nuova Zelanda, qualificatosi a maggio a Lucerna e diventato campione olimpico a luglio a Tokyo

Senza Mahe Drysdale, senza Eric Murray e con Hamish Bond che negli ultimi mesi posteggia la sua bicicletta, stacca i remi dal chiodo e si cala in una nuova mentalità, da alieno a uomo squadra, al servizio dell’Ammiraglia kiwi. Tre ori e due argenti, il vertice del medagliere per una Nuova Zelanda inedita: vince nell’otto quasi 50 anni dopo (Monaco 1972) l’ultima volta ed è l’unico podio maschile, adeguatamente controbilanciate dal settore femminile che vede Emma Twigg e il 2 senza esercitare la propria supremazia, il 4 di coppia e l’otto femminile conquistare la piazza d’onore. Cinque medaglie, 3 ori e 2 argenti, per un totale di 25 atleti medagliati. La migliore Olimpiade.

Un gradino sotto, i cugini australiani: uomini e donne a specchio, un oro e un bronzo per entrambi i settori e, in totale, 4 medaglie. Rispetto a Rio, gli argenti diventano bronzi c’è un oro in più. Rispetto a Londra, una medaglia in meno ma in GBR no “gold medals”. Due ori sul filo, entrambi nel 4 senza. Uno dietro l’altro: 34 centesimi sulle donne olandesi, 37 sugli uomini rumeni.  

E’ impressionante la crescita dell’Olanda, terza inquilina del medagliere. Dal singolo di bronzo di Londra, alle tre (una per colore) di Rio, alle cinque di Tokyo. Cinque che potevano esser anche sei senza l’inciampo del 4 di coppia femminile. A vincere, dopo il titolo mondiale 2019, è il quadruplo maschile ma l’orange team è competitivo su tutti i fronti dato che è presente in 8 finali. Le donne di Josy Verdonkshot non vincono alcun titolo olimpico ma salgono tre volte sul podio.

Come l’Olanda, anche la Romania cresce moltissimo. Vengono pienamente ripagati gli sforzi di Antonio Colamonici, giovane DT partenopeo. Una nazione assente dal medagliere londinese e capace di raccogliere solo un bronzo a Rio. A Tokyo stravince il doppio femminile e brillano anche gli argentati 2 e 4 senza maschili.  

Ovviamente dell’Italia di Franco Cattaneo, sesta nel medagliere al pari della Cina di Redgrave,  parliamo a parte ma con le sue 3 medaglie, un oro e due bronzi, è pienamente competitiva per il vertice. Tre medaglie e cinque finali. Numeri che avrebbero potuto più importanti, forse anche migliori delle Olimpiadi di Sidney 2000, se il dado lanciato nel Monopoli di Tokyo non ci avesse condotto a pescare diverse, amare, carte degli Imprevisti.

Diciotto nazioni sul podio a Tokyo, tre in meno rispetto a Rio de Janeiro. Una nazione in più, a Tokyo, a vincer l’oro (11 e non 10). Allora citiamo il doppio maschile della Francia, il 2 senza maschile dei fratelli Sinkovic (Croazia), il 4 di coppia femminile della Cina, l’otto femminile del Canada e, per tornare in Italia, l’ottimo lavoro condotto da Gianni Postiglione, con il singolista della Grecia che spodesta i colossi della specialità 5 anni dopo la finale nel 4 senza Pesi Leggeri, e da Antonio Maurogiovanni (con i suoi collaboratori Giuseppe De Vita e Ciro Prisco),  per le due medaglie (oro nel doppio Pesi Leggeri) della sua Irlanda.

E infine le grandi sconfitte. La Gran Bretagna, prima di tutto, impegnata in un pesantissimo regolamento dei conti e in crisi sotto ogni punto di vista: strutturale e tecnico, in primis, con la mannaia di UK Sport pronta ad abbattersi sui contributi economici per la preparazione delle Olimpiadi di Parigi. Dalle nove medaglie di Londra, alle cinque di Rio al drammatico quattordicesimo posto di Tokyo con l’argento del 4 di coppia e il bronzo dell’otto maschile. Poco meglio la Germania, con 2 argenti. Spariscono gli Stati Uniti e, con loro, la cultura dei College e della barca lunga con gli infelici quarti posti delle Ammiraglie, tra cui l’annunciata, per quanto rumorosissima, “caduta delle dee”. L’otto femminile, oro olimpico a Pechino, Londra e Rio e questa volta rimasto ai piedi del podio. Non solo “zeru tituli” ma pure zero medaglie.

LA FORZA DELLA CONTINUITA’: IL BRONZO DI OPPO E RUTA

Oppo e Ruta dopo la premiazione (foto Canottaggio.org)

L’ultimo minuto. Quello di Londra 2012, con la salita al volo sul doppio Pesi Leggeri al fianco di Elia Luini per sostituire l’infortunato Lorenzo Bertini. Quello di Rio de Janeiro 2016, per andare a ricoprire il delicato ruolo di capovoga di un 4 senza Pesi Leggeri alla ricerca di un’identità vincente. Due Olimpiadi, la prima segnata dal dispiacere per il mancato raggiungimento della finale e la seconda dal retrogusto amaro perché il quarto posto è la peggior moneta possibile per ricambiare anni e anni di gravoso impegno. Dai tempi della Coppa del Mondo nel singolo Pesi Leggeri, con le medaglie vinte in campo di regate deserti. Da prima ancora.

Una persona umile e lavoratrice (a tutti i livelli, ricordiamo la sua esperienza da falegname) come Pietro Ruta non poteva che trovarsi bene con una figura più giovane ma di altrettanto eccezionale valore umano, prima che tecnico, quale Stefano Oppo, forgiato dal College Remiero di Piediluco. Fatti l’uno per l’altro e in Brasile il destino li ha accoppiati. Da quel bruciante quarto posto, un nuovo cammino con tappe di crescita importanti e tante medaglie: tre argenti consecutivi ai Mondiali, quattro medaglie (un oro, un argento e due bronzi) agli Europei. La forza della continuità.

Coraggio e intelligenza, quest’ultima dote evidenziata soprattutto nella finale olimpica. Irlanda fuori portata, Germania battuta per 13 centesimi un anno fa agli Europei ma a Tokyo capace di esprimersi su valori leggermente superiori. In un campo di regata dalle mille insidie, la scelta di metter in cassaforte il bronzo paga. Si, è vero. Per il loro coraggio, spesso e volentieri penso a questo doppio, Pietro e Stefano, come alla “Piccola vedetta lombarda” e al “Tamburino sardo” di deamicisiana memoria. Coraggiosi, commoventi, ma purtroppo finiti sotto il fuoco degli austriaci. Il quarto posto, con il potenziale impallinamento da parte di Repubblica Ceca o Belgio, equivaleva alla stessa fine. “Era importante non lasciarsi prendere dalla foga, quello che è successo ieri alla Norvegia era ancora davanti ai nostri occhi”. Parole sacrosante quelle di Stefano, prima medaglia olimpica a Tokyo della sua amata Sardegna, segnata dagli incendi a cui va la dedica per questo eccezionale risultato così come il primo pensiero di Peppo va al lago di Como e ai paesi danneggiati dall’alluvione.

Umili e generosi. C’è una “moda” per tutte le stagioni: questa doveva esser quella di un podio da raggiunger a tutti i costi per finalizzare 5 anni di incredibili sacrifici e la regolarità, manifestata anche nella madre di tutte le sfide, è stata la strada giusta che Ruta e Oppo hanno imboccato arrivando alla tanta agognata medaglia. Nessuno la meritava più di loro. Oggi attenti ragionieri, chissà se a Parigi per far la differenza e battere finalmente questa eccezionale Irlanda servirà esser sbarazzini sognatori.

FEDERICA&VALENTINA: GRAZIE, REGINE DELLE ACQUE!

Valentina Rodini e Federica Cesarini (foto Canottaggio.org)

Federica Pellegrini per il Nuoto e Valentina Vezzali per la Scherma. Due nomi di valore eccezionale per lo Sport in Italia. Un oro e un argento in cinque Olimpiadi per la Divina, sei volte campionessa mondiale. Sei titoli olimpici e sedici iridati nel fioretto per la più grande sportiva medagliata di sempre.

Ecco, anche noi abbiamo Federica e Valentina. Cesarini e Rodini, due campionesse entrate alle 3:17 di questa mattina nella storia del Canottaggio e dello Sport italiano. La vittoria ai Giochi Olimpici di Tokyo nel doppio Pesi Leggeri, con quei 150/200 metri finali “spaccacuore” (e soprattutto spaccaOlanda, spaccaFrancia e spaccaGBR) rimarranno nella nostra mente per molti anni ancora.

Il 29 luglio 2021, 45 anni dopo la prima edizione delle Olimpiadi aperte alle Donne, inizia una nuova storia per il Canottaggio di casa nostra grazie alle basi gettate 5 anni fa con una rinnovata attenzione da parte della nostra Federazione, dal presidente Abbagnale al vice Crispi passando per la direzione tecnica di Franco Cattaneo, nei confronti del Canottaggio femminile. Da non dimenticare, certamente, la possibilità di una sponsorizzazione dedicata alle loro esigenze: la COOP, arrivata grazie alla regia dell’ex consigliere nazionale Crozzoli.

Stefano Fraquelli, da oggi anche ufficialmente più bello del suo sosia Nicolas Cage, e Gigi Arrigoni, con la sua rassicurante barba bianca, sono i due perfetti angeli custodi delle nostre Donne. Ci sono le punte di diamante, Valentina e Federica, che vincono l’oro ma anche altri tre equipaggi: dallo splendido 4 di coppia quarto classificato al doppio e al 2 senza che lottano sino all’ultimo centimetro per la miglior posizione possibile. C’è un movimento in crescita a ogni livello. Il messaggio più bello che porta con sé l’oro del doppio Pesi Leggeri è proprio questo. “Care famiglie italiane, il Canottaggio è uno sport femminile: portate le vostre bambini nella Società Canottieri più vicina a casa vostra”.

La vittoria del doppio Rodini-Cesarini non è il frutto del caso ma di un inseguimento costante della migliore performance. La vittoria della finale B (con conquista del pass olimpico) al Mondiale di Linz 2019 è un punto di svolta, fa seguito a una stellare prova di Coppa del Mondo a Poznan in cui le azzurre, sempre davanti, cedono per soli 9 centesimi il primo posto alla Nuova Zelanda. Il 2020, in assenza di competizioni ufficiali, vede Valentina e Federica raggiungere il secondo posto agli Europei dietro l’Olanda. Europei vinti, con il primo straordinario segnale, a Varese nell’aprile scorso.

Si, il destino. Due ragazze predestinate, perché il successo arriva nonostante l’infortunio che tiene fuori Valentina dagli impegni ufficiali degli ultimi 3 mesi e mezzo. Il recupero è graduale, Tokyo è la seconda gara, quella decisiva, della stagione. Loro la vincono, esercitando negli ultimi 150/200 metri la differenza perché è in quella piccola porzione di campo di regata che, in genere, nascono e muoiono i sogni. In questa Olimpiade, in quell’attimo, il spuntano due nuove e luminose stelle nel firmamento dello Sport italiano. Federica e Valentina, grazie per averci riportato lassù 21 anni dopo l’ultima impresa a cinque cerchi del 4 di coppia. Dai Cavalieri alle Regine delle Acque.

IL BRONZO DELLA RESILIENZA NELLA NOTTE DEL FATO

Un bronzo (4 senza maschile – foto Canottaggio.org), un quarto (4 di coppia femminile) e un quinto (4 di coppia maschile) posto, altre due barche (i doppi leggeri maschile e femminile) in finale A e altre due (i due senza maschile e femminile) in finale B. Ecco la quinta giornata delle Olimpiadi del Canottaggio, seguita da migliaia di appassionati remieri nel corso di una notte che ha regalato gioia e ansia, soddisfazione e delusione.

Prima di tutto, indipendentemente dagli accadimenti di questa notte, occorre dire che cinque barche azzurre (su nove) già promosse all’ultimo atto della competizione, in attesa ancora del singolista Gennaro Di Mauro, sono il segnale di un movimento in grande salute e di una preparazione tecnica e atletica di ottimo livello. Cinque, ma che potevano esser anche già sei senza il grave intoppo mattutino. La positività di Bruno Rosetti al Covid-19, di fatto, ha compromesso inevitabilmente anche la prestazione del 2 senza: Marco Di Costanzo è sceso dalla barca con cui, con lo stesso partner di Tokyo (Giovanni Abagnale), aveva vinto il bronzo a Rio per salire sul 4 senza e dar man forte ai compagni di barca con cui nel 2015, ad Aiguebelette, aveva vinto il Mondiale: Matteo Castaldo, Matteo Lodo e Giuseppe Vicino.

L’interpretazione della gara è stata secondo il consueto canovaccio. Italia brava a contenere nei primi 1200 metri e poi eccezionale nel scatenarsi con ripetuti attacchi e un’eccezionale chiusura. Gli ultimi metri potevano esser consegnati alla storia e invece… Dopo 3 Olimpiadi consecutive, si consumava la disfatta della Gran Bretagna: sfiancata, senza più energia, i sudditi di sua Maestà “sbarellavano” prima verso l’Australia e poi, ahinoi, verso l’Italia, compromettendone sicuramente la corsa verso l’argento (Romania) e, probabilmente, almeno la possibilità di costringere gli aussie a sudarsi il titolo sino all’ultimo centimetro. E’ un bronzo di valore capitale per come è arrivato, per la tenacia con cui il DT Cattaneo e il suo staff hanno lavorato prima in primavera per renderlo più competitivo possibile e, soprattutto oggi, per aver saputo trovare la giusta strada una volta appresa la notizia della positività di Bruno.

Leggo tanti commenti sulla finale del 4 di coppia. C’è chi parla di errori, commessi su un campo di regata in condizioni disastrose, dettati dall’inesperienza e chi, invece, di fatalità. Secondo il veterano (5 Olimpiadi) Simone Venier, “oggi doveva vincere chi avrebbe sbagliato meno, e così è stato”. Questo risultato non rappresenta minimamente il valore di un equipaggio diventato campione d’Europa nel 2021 e, con il compianto Mondelli al posto di Venier, campione (2018) e bronzo (2019) mondiale. La rabbia di oggi, soprattutto per gli esordienti olimpici Andrea, Luca e Giacomo, sarà energia fondamentale già da domani per cancellare questo maledetto 28 luglio e ripartire con massima convinzione in direzione Parigi. Complimenti, quindi, a chi ha sbagliato meno: una concreta Olanda, a cui l’Italia stava andando via prima del filaremo, seguita da Gran Bretagna e Australia.

Il quarto posto del 4 di coppia è figlia della voglia di non arrendersi mai e della capacità di farsi trovare pronte e sfruttare, nel finale, il calo delle avversarie. Valentina Iseppi, Alessandra Montesano, Veronica Lisi e Stefania Gobbi hanno portato la loro barca a ridosso del podio a soli 1.25 dall’Australia mentre l’argento è andato alla Polonia, con 1.97 di vantaggio sulla barca azzurra, e l’oro alla Cina. Bravissimo Stefano Fraquelli, caposettore olimpico di un settore completamente rilanciato in questo quinquiennio.

Domani la semifinale del singolista Gennaro di Mauro e le finali dei due doppi pesi leggeri, il maschile (2:50 ora italiana), di Stefano Oppo e Pietro Willy Ruta, e femminile (3:10 ora italiana) , di Valentina Rodini e Federica Cesarini che, rispettivamente, hanno raggiunto la finale dietro all’Irlanda, facendo registrare anche il terzo miglior tempo, e vincendo la propria semifinale fissando anche il record del mondo.

Finale mancata, invece, per il due senza maschile rimaneggiato, di Giovanni Abagnale e Vincenzo Abbagnale, che dopo aver lottato strenuamente contro Croazia, Serbia, Canada e Olanda ha chiuso al quinto posto, e per quello femminile, di Aisha Rocek e Kiri Tontodonati, che ha concluso al sesto posto la propria semifinale che ha visto il passaggio in finale di Nuova Zelanda, Russia e Spagna. Nell’unica finale B in programma oggi, terzo posto – nono assoluto – per il doppio di Alessandra Patelli e Chiara Ondoli.

LA GRANDE NOTTE DEL CANOTTAGGIO AZZURRO

Notti speciali, in attesa che si trasformino in magiche. Anche per noi, anche per loro che da 5 anni, tra Sabaudia e Piediluco passando per i maggiori appuntamenti internazionali (Europei, Coppa del Mondo, Mondiali) e un 2020 segnato dal Covid-19, si allenano a spron battuto per inseguire il proprio sogno. Con grandissima generosità, senza mai risparmiarsi, seguendo alla lettera il programma d’allenamento del DT Franco Cattaneo e della squadra di tecnici.


Foto Canottaggio.org

Partiamo alle 3:10. Il 4 senza, per 3 quarti, è la barca di Rio de Janeiro. Con la potenza di Giuseppe Vicino e Matteo Lodo, arrivate a primavera inoltrata dal 2 senza, e il carisma Matteo Castaldo, dimostrazione vivente di come, se oggetto della giusta considerazione, non esista un età per coltivare un progetto ad alto livello. C’è la novità Bruno Rosetti, alla sua prima Olimpiade alla “tenera” età di 33 anni dopo aver lasciato il Canottaggio per otto stagioni e vivere svariate esperienze lavorative: dalle piattaforme petrolifere in Kazakistan alla raccolta della frutta in Australia. Già Australia, una delle favorite al trono del 4 senza. La sfida (persa) nelle ultime tre Olimpiadi con la Gran Bretagna, l’incognita Stati Uniti. La finale sarà uno spettacolo e l’Italia, mai come quest’anno, ha tutto per stupire.

Ho ricordi abbastanza nitidi delle “torture”, strillate a non finire, a cui Peppe Vicino mi sottoponeva non più tardi di una dozzina di anni fa nei viaggi in pullman da e per il campo di regata di Brive La Gaillarde, in Francia dove, da capovoga giovanissimo (secondo anno Ragazzi) vinse la sua prima al Mondiale Junior. Così anche delle lacrime di rabbia di Luca Rambaldi, a Eton, causate da quella Romania che portò via l’oro all’Italia. Luca, dopo l’esplosione di questo quadriennio (quinquiennio) vivrà la sua prima finale olimpica questa notte alle 3:30 in 4, 5 di coppia favoloso. All’esordio, a 27 anni, insieme ad altri giovani compagni di viaggio. Giacomo Gentili (24 anni) porterà in barca i preziosi insegnamenti ricevuti da Agostino Abbagnale. Un predestinato: alla domanda “Dove ti vedi tra 10 anni?”, formulata nel 2014, disse “In un corpo militare ad allenarmi per le Olimpiadi”. Obiettivo raggiunta prima, molto tempo prima. Andrea Panizza (23 anni) farà certamente mente locale a proposito di anni e anni di pratica con il Mito: il novantaquattrenne Giuseppe Moioli, campione olimpico a Londra 1948. E poi l’esperienza di Simone Venier, papà di Gioele alla sua quinta Olimpiade e presente anche nell’ultima argentata finale del 4 di coppia di Pechino 2008.

Quel che Olanda e Polonia non vedranno e non potranno calcolare, in un confronto al cardiopalmo, sarà l’apporto che Filippo Mondelli, in termini di ispirazione, esempio (per abnegazione e dedizione al lavoro) motivazione e voglia dei nostri ragazzi di dedicargli il più grande dei traguardi possibili, darà questa notte.

Alle 3:50 il quattro di coppia femminile di Stefania Gobbi, Veronica Lisi, Alessandra Montesano e Valentina Iseppi proverà a spingersi il più lontano possibile in una finale che già rappresenta un grande obiettivo raggiunto. Mancava da 37 anni all’Italia quando Raffaella Memo, Alessandra Borio, Donata Minorati, Antonella Corazza e la timoniera Roberta Del Core chiusero seste. Antonella Corazza disputò la batteria nel singolo ma poi venne dirottata sul quattro di coppia per sostituire Paola Grizzetti infortunatasi durante un allenamento. Le nostre agguerrite azzurre dovranno vedersela con Cina, Polonia e Olanda, il podio dei Mondiali 2019. Venderanno carissima la pelle. Ventisei anni Stefania, 24 Valentina, 23 Alessandra: con loro la caparbia Veronica, 34 anni a ottobre, tornata ai remi nel 2018 dopo 15 anni di stop agonistico.

Terminate le finali, il programma prevede l’inizio delle semifinali, due per ogni specialità e i primi tre accederanno alla finale, con l’Italia che sarà in gara in quattro di esse. Il primo equipaggio a scendere in acqua per l’Italia, alle 11.30 (4.30 italiane) sarà il doppio pesi leggeri maschile, di Stefano Oppo e Pietro Willy Ruta. Alle 11.50, le 4.50 italiane, sarà in acqua, invece, il doppio pesi leggeri femminile di Valentina Rodini e Federica Cesarini. Alle 12.10 (5.10 italiane) prenderà il via la semifinale del due senza maschile, di Giovanni Abagnale e Marco Di Costanzo. L’ultima semifinale sarà alle 12.30, 5.30 italiane, e vedrà in gara il due senza di Kiri Tontodonati e Aisha Rocek 

TOKYO: 4 SENZA TRA I MIGLIORI, DONNE IN PRIMA FILA

Le prime notti olimpiche regalano la consapevolezza di poter contare su una Nazionale competitiva su ogni fronte. Tre barche (4 di coppia maschile e femminile, 4 senza maschile) in finale, cinque (doppio leggero maschile e femminile, singolo maschile, 2 senza maschile e femminile) in semifinale. Ci saluta solo il doppio di Alessandra Patelli e Chiara Ondoli, quarte oggi nella loro semifinale dopo aver lottato alla pari per circa 1000 metri.

il 4 senza maschile raggiunge subito la finale senza spendere troppe energie in un acceso confronto con i campioni europei della Gran Bretagna. Peppe Vicino, Matteo Lodo, Bruno Rosetti e Matteo Castaldo chiudono a poco più di due secondi dagli inglesi con il segnale ricevuto dall’altra batteria: non solo l’Australia, per il podio ci sarà da fare i conti anche con gli Stati Uniti.

Fermo restando certe uscite che rabbrividiscono, Bruno che dice “questa Olimpiade la sto affrontando come una Coppa del Mondo”, il nostro 4 senza, cosi come il 4 di coppia, sta dimostrando di avere tutte le carte in regola per non precludersi il più ambizioso degli obiettivi di questa Olimpiadi.

il 4 di coppia femminile (foto Canottaggio.org) compie l’impresa e si ricolloca sullo scacchiere di partenza della finale 37 anni dopo l’ultima e unica volta Valentina Iseppi, Alessandra Montesano, Veronica Lisi e Stefania Gobbi non solo rimangono sempre attaccate alle australiane, prime nel recupero per 77 centesimi, ma escludono Nuova Zelanda e Gran Bretagna dalla finale. È l’ennesima indicazione del salto di qualità compiuto dall’Italia in questo quadriennio nel settore femminile.

Capitolo doppi leggeri. Pietro Ruta e Stefano Oppo si attestano in batteria dietro la Germania, Valentina Rodini e Federica Cesarini dietro la Francia. In semifinale, il 2 senza di Marco Di Costanzo e Giovanni Abagnale arriva con il secondo posto dietro l’Australia. Il 2 senza di Aisha Rocek e Kiri Tontodonati stacca il pass per il penultimo atto dei Giochi con il terzo posto, cosi il giovanissimo e bravissimo Gennaro Di Mauro supera i quarti e approda in semifinale con il singolo 33 anni dopo l’ultima volta.

TOKYO: IL 4 DI COPPIA RITROVA LA FINALE DOPO 13 ANNI

Tre barche su quattro superano il turno in occasione della giornata inaugurale dei Giochi Olimpici. Le acque del Sea Forest Waterway vedono l’Italia accedere immediatamente alla finale nel 4 di coppia con i campioni europei Simone Venier, Andrea Panizza, Luca Rambaldi e Giacomo Gentili, alla semifinale con il doppio di Alessandra Patelli e Chiara Ondoli e ai quarti con il singolista Gennaro di Mauro.

Il duello degli azzurri con i polacchi è l’elemento più interessante di questa giornata. I due equipaggi realizzano i migliori tempi di giornata, più bassi anche degli iridati olandesi che si aggiudicano la seconda batteria. Tre equipaggi con valori simili, corsa apertissima verso il titolo olimpico per cui l’Italia, riflettendo in questi giorni su ciò che è mancato per precedere la Polonia, potrà sicuramente trarre spunti interessanti per esprimere totalmente un potenziale di enorme valore. Arrivare dietro, seppur d’un soffio, può rappresentare un aspetto molto positivo dal punto di vista della motivazione e della concentrazione a non trascurare alcun dettaglio in una finale in cui l’Italia mancava da Pechino 2008. Resta, come depositario di quella impresa (argento), Simone Venier, oggi trentasettenne e alla sua quinta Olimpiade.

Il doppio femminile è terzo dietro a Romania e Canada al termine di una batteria condotta sempre in attacco per tenere a distanza la formazione russa. Di Mauro si piazza alle spalle della Danimarca, mentre dovrà affrontare i recuperi il quadruplo femminile di Valentina Iseppi, Alessandra Montesano, Veronica Lisi e Stefania Gobbi che, con il terzo posto, rimane fuori dalle due posizioni valide per l’accesso diretto alla finale.

Notte azzurra, la prossima, con il 2 senza femminile (Aisha Rocek, Kiri Tontodonati) alle 2:20, il 2 senza maschile (Marco Di Costanzo, Giovanni Abagnale) alle 3, il doppio leggero femminile (Valentina Rodini, Federica Cesarini) alle 3:20, il doppio leggero maschile (Pietro Ruta, Stefano Oppo) alle 3:50 e il 4 senza (Bruno Rosetti, Matteo Castaldo, Matteo Lodo, Giuseppe Vicino) alle 4:50.

VAI, ITALIA!

Ci siamo. Un anno dopo. Finalmente. Olimpiade sia, non con tutti i crismi a causa della necessità di contenere gli effetti ancora perduranti della pandemia ma Olimpiade sia per l’impegno, per la forza, per le emozioni e per il cuore che ogni vogatrice e ogni vogatore metterà dentro il Sea Forest Waterway.

L’Italia (foto Alessandro Carbonara/Canottaggio.org) chiamata a raccogliere il frutto non di 5 ma, per buona parte dei protagonisti, 9 anni di lavoro. La buona gestione di Franco Cattaneo, prima coordinatore e stretto collaboratore di Giuseppe La Mura e poi dal 2017 Direttore Tecnico della nostra Nazionale, e di un collaudato staff di esperti e preparati tecnici: dai capisettori olimpici Andrea Coppola e Stefano Fraquelli ai loro collaboratori Claudio Romagnoli, Giovanni Lepore, Giancarlo Romagnoli e Gigi Arrigoni.

Un attraversamento non semplice della foresta del Canottaggio internazionale con tre anni (2013-2015) di alterne fortune che, a uno sguardo più attento, rappresentavano il giusto periodo di preparazione alle sfide più dure. Prima tra tutte, l’Olimpiade di Rio de Janeiro 2016, finalizzata con i bronzi di 2 e 4 senza e i quarti posti dei doppi pesante e leggero. Poi, prima dell’interruzione del Covid-19, un cammino mondiale con numeri importantissimi: dieci medaglie olimpiche nelle tre rassegne iridate di Sarasota 2017, Plovdiv 2018 e Linz 2019, la qualificazione di nove imbarcazioni con l’esponenziale crescita del settore femminile, presente a Tokyo 2020 con ben 4 equipaggi.

Le aspettative, certamente, ci sono. Devono esserci quando grande è il lavoro svolto alla base per costruire un grande gruppo, renderlo competitivo e performante al pari delle maggiori potenze internazionali. Non conosciamo pienamente il valore dei nostri avversari, alcuni dei quali non presentatisi in occasione degli Europei e delle tappe di Coppa del Mondo, ma siamo rassicurati da una squadra in larga parte matura e attrezzata per affrontare difficoltà di ogni tipo. Atleti “intercambiabili”, pronti a dire la loro a bordo di ogni imbarcazione

In bocca al lupo a tutto lo staff tecnico e medico, in special modo ai 26 atleti che vedremo lottare per la maglia azzurra a Tokyo spremendo sino all’ultima goccia di sudore. Mi correggo, 27, perché Pippo Mondelli, pur avendoci fisicamente lasciato lo scorso 29 aprile, è sempre con noi e sono certo che la nostra Nazionale, alle Olimpiadi, si specchierà in lui. Sorridente, determinata, sempre a testa altissima! Vai Italia!