Il sogno olimpico di Privel accende il Benin

Privel Hinkati, conosciuto a Varese nell’aprile 2016 durante la prima prova di Coppa del Mondo, era tra il pubblico degli spettatori a Pechino 2008, Londra 2012 e Rio 2016, dopo aver concorso e mancato la qualificazione per la rassegna brasiliana. Nonostante un lavoro a tempo pieno, cominciando  alle 5 del mattino e terminando alle 20, l’atleta del Benin è riuscito a qualificarsi per Tokyo 2020. La sua storia incarna l’autentico spirit del sogno Olimpico.

La scena è la finale dei 400 metri femminili di atletica leggera a Londra 2012, un momento che ha cambiato la vita dell’atleta del Benin che a Tokyo 2020 sarà il primo canottiere a rappresentare il paese africano.

Quel giorno, invece che gareggiare, sedeva nelle tribune con sua sorella maggiore Pernelle. Era la seconda volta che assisteva ai Giochi da spettatore. Quella notte però qualcosa di ardente nacque in lui.

«Voglio andare alle Olimpiadi» disse alla sorella. E così cominciò il suo viaggio a cinque cerchi.

«Va bene. Ma vuoi correre per il Benin o per la Francia?» gli chiese Pernelle.

Pronta la risposta: «Penso per il Benin. Sarebbe una sfida più grande. Con la Francia sarebbe una mera questione di sport. Col Benin, dovrei cominciare dal nulla: niente federazione, finanziamenti, barche…niente di niente. Nessuno nel paese conosce la disciplina. Ed è esattamente il motivo per cui scelgo il Benin»

Nato a Caen, in Francia, da due genitori beninesi, Privel possedeva la doppia cittadinanza.

Hinkati si è aggiudicato il suo biglietto per Tokyo nell’ottobre 2019 durante le qualificazioni Africane in Tunisia, arrivando quinto nella finale. Allora ha realizzato che sarebbe sì andato ai Giochi, ma, per la prima volta, da atleta. Qualcosa che sognava da anni.

Assaggiare i Cinque Cerchi

Dietro ogni Olimpico c’è una degna storia, ma quella di Privel è davvero speciale: è andato a seguire tutte quelle che ha potuto assieme a Pernelle, e nonostante abbia avuto la possibilità di guardare dal vivo anche Atene 2004, fruendo di un progetto scolastico della sua città, ha preferito lasciare la possibilità a uno dei ragazzi più grandi.

Per lui ogni Olimpiade ha un gusto unico:

«A Pechino la folla era completamente fuori di testa. Siamo entrati due ore prima che si iniziasse ed era tutto calmo, ma da un momento all’altro c’erano ovunque milioni di persone. A Londra lo stadio Olimpico stava letteralmente tremando. Sentivo la tensione durante le gare. Di Rio, ricordo la finale nel Due di Coppia, quando i pesi leggeri Pierre Houin e Jérémie Azou hanno conquistato l’oro. C’era un’atmosfera straordinaria». 

Portare il canottaggio in Benin

Per quattro anni Hinkati ha lavorato duro per rappresentare il Benin a Rio. E con “lavorare duro”, non ci si riferisce solo all’allenarsi. Quella era solo una parte del suo percorso. Nel 2012, non c’era una federazione di canottaggio nel Benin, un paese con un limitato sbocco sul mare tra il Togo e la Nigeria. Di fatto il canottaggio non esisteva proprio nel Benin.

Hinkati ha dovuto lavorare con le autorità locali e la Fisa per formare una federazione e far conoscere e crescere la disciplina.

«La federazione ora esiste e funziona, tutti in Benin ora sanno cosa sia il canottaggio. Abbiamo circa cinque rowing club nel paese e siamo vicini ai 70 vogatori. Tentando di conquistare la mia qualificazione Olimpica, ho avuto anche l’opportunità di competere per gli African Rowing Championships nel due di coppia con Mahoutin Romain Akpo e ci siamo piazzati quarti»; un risultato notevole per una nazione dove tale sport non esisteva 10 anni prima. La prima parte del suo viaggio era andata così in porto. Restava da meritarsi i Giochi remo in mano.

Buona la seconda partenza

Hinkati doveva ora procurarsi il denaro per finanziare il suo allenamento, i costi di trasporto e un fisioterapista. La sezione di canottaggio della Società Nautica di Caen ha lanciato un crowdfunding e si è impegnata per assicurargli l’appoggio di sponsor Francesi.

«Vivo e mi alleno in Francia ma dal momento che non rappresento la squadra nazionale, è difficile reperire finanziamenti come un vogatore Beninese. È stata una gran bella sfida spiegare il mio progetto, quando ho deciso di assumere un differente approccio professionale. Il crowfunding ha avuto successo perché ho provato a mostrargli che non stavano spingendo semplicemente il mio sforzo ma anche il mio sogno…è tutto un altro genere di sponsorship».

Tuttavia, nonostante tutti il suo impegno, ha fallito a qualificarsi a Rio. Per lui è stato un disastro. Quattro anni dopo, festeggiava l’approdo a Tokyo. Con qualche secondo di ritardo rispetto a quando l’ha conquistato: «Quando mi sono qualificato, ho continuato a vogare anche dopo aver passato la linea del traguardo. Ho continuato a vogare sino a un punto tra il secondo e il terzo anello. Non volevo correre il minimo rischio. Essere certo al 100%. Vogai sino a quando lo speaker non ha detto “Tutti devono fermarsi ora”, e solo allora mi fermai»; un sogno era appena diventato realtà.

«Un sacco di persone nei rowing club francesi mi davano del matto per aver anche solo immaginato o sognato di qualificarmi per le Olimpiadi. Mi venne in mente di tutto ciò una volta qualificato. Mi sono detto: Non sono un pazzo o un bugiardo».

Ha quindi lanciato una seconda campagna di crowdfunding. È stato un altro successo. E questa è stata la ragione per cui gli hanno dato del bugiardo: «Certa gente pensava che stessi raccogliendo i fondi solo per uso personale».

Togo but Not To Go

Qualificarsi alle Olimpiadi come primo vogatore Beninese, dopo aver introdotto il canottaggio nel suo paese, lo ha reso un simbolo della comunità nera all’interno del mondo sportivo, qualcosa di cui va particolarmente fiero: «Un sacco di persone continua a chiedermi di ciò. Soprattutto ora che c’è un sacco di attenzione sulle persone nere e la diversità. All’inizio, alle Coppe del Mondo e ai Mondiali, c’era appena un pugno di atleti neri a competere. C’erano forse un Cubano, un Togolese. Quando mi registravo e mi chiedevano che paese rappresentassi, rispondevo Benin, e loro: “è un paese?” Era molto buffo. Ora negli ultimi due anni quando mi vedono e riconoscono, dicono “Ah, Benin è qua!” Riconoscono la bandiera sulla barca e sui remi»

La storia più divertente però non lo riguarda come protagonista: «Una ragazza dal Togo si presentò al banco delle registrazioni e le venne chiesto da che paese provenisse. Disse: “I’m from Togo”, e il tipo al tavolo: “Non mi interessa dove vai (“To go”), ma da che paese vieni”; non sapevano che esistesse un paese di nome Togo!»

Dalle 05.00 alle 20.00 a Tokyo

Per raggiungere la qualificazione e arrivare nella forma migliore possibile al grande appuntamento della sua vita, osserva inflessibilmente uno stile di vita spartano. Alternando gli allenamenti alla sua professione di ingegnere informatico. Tutto il necessario per il sogno nel sogno: arrivare tra i primi 20.

«Mi sveglio alle 5.07 del mattino. La sveglia è impostata per le 4.50 o le 5.00. Anche per una pennichella, non posso andare oltre le 5.07, altrimenti mi si guasta la programmazione di tutta la giornata. Per le 6 sono in acqua, a vogare sino alle 08.00. Poi devo essere in ufficio per le 09.00. Lavoro sino a mezzogiorno. Mi alleno durante la pausa pranzo. Torno in ufficio e ci resto sino alle 18.00. Mi alleno dalle 18.30 alle 20.00. Vado a casa, ceno, e vado a letto tra le 22.00 e le 23.00. Così ogni giorno della settimana»

Si allena pure due o tre volte il sabato, e una la domenica.

Un approccio che darebbe le vertigini a molti, estremamente arduo da portare avanti ma non impossibile, soprattutto se ad occhi aperti o chiusi hai sempre davanti il sogno Olimpico.

«Quando sono coricato sul letto provando fatica ad alzarmi per andare ad allenarmi, e ho ogni sorta di scuse e buone ragioni in testa, come “sono troppo stanco, il tempo è brutto…” mi dico che oggi è un’altra opportunità per essere migliore. E non posso essere migliore nel mio letto. E in un istante mi alzo. Devo essere al meglio del mio meglio per vogare alle Olimpiadi»

Sapendo di aver già vinto non tanto per essere lì, quanto perché c’è tutto il Benin, a vogare con lui. Come mai nella Storia.

Fonte Olympic.org, con il contributo di Federico Burlando

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