Nastro (Umbria): “L’inerzia dei dirigenti va cambiata”

Salvatore Nastro è, dal 2017, il delegato regionale dell’Umbria. Campano, è azzurro  nella Nazionale giovanile tra il 1983 e il 1988, anno in cui ad Hazewinkel conquista l’oro al Match de Seniors. 
Ecco il suo contributo al confronto sviluppato da CanottaggioMania con i presidenti e i delegati regionali.

“La situazione in Umbria è alquanto tragica. Già lo era prima della pandemia per la difficoltà endemica che le due società esistenti affrontano dapprima per reperire ragazzi che hanno voglia di cimentarsi in questo sport, ma soprattutto per l’inerzia che le stesse società manifestano nei confronti di questo sport, privilegiandone altri che probabilmente producono un risultato economico positivo come ad esempio pallavolo, pallacanestro e tennis.

E’ difficile far avvicinare al Canottaggio giovani che naturalmente sono attirati da sport divertenti. Non peraltro il mio allenatore, Dott. La Mura portava ad esempio il distinguo tra sport del canottaggio e giuoco del calcio. A parte ciò difficilmente si riesce a convincere i dirigenti di società ad orientare i ragazzini frequentatori di campi scuola verso il nostro sport, con conseguente implosione del settore che vede esaurire anche le ultime energie di colui o coloro che quotidianamente sono a disposizione dei giovani come veri e propri padri putativi.

E allora come risolvere i problemi indotti dal coronavirus? A mio avviso bisognerebbe prima far innamorare i dirigenti delle società del nostro sport per poi cercare e trovare sicuramente le soluzioni più idonee al problema.

L’unico problema che ho riscontrato in Umbria è l’inerzia ed il menefreghismo manifestato dalla citata categoria che non si pone gli stessi obiettivi degli allenatori e soprattutto degli atleti che vedendosi trascurati, anche nelle piccole attenzioni (un brindisi di rientro un gelato con gli atleti) abbandonano il nostro sport. Allora l’unico monito che posso rappresentare è quello di auspicare una dirigenza nelle società più attenta alle esigenze degli atleti piuttosto che al proprio prestigio”.

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