Cinque minuti risparmiati valgono una vita umana?

interno_barcaChiacchierata prenatalizia assieme a Bruno Mascarenhas, oggi Direttore Sportivo della Canottieri Roma. Il “portoghese con il core de Roma”, così ribattezzato dai giornali italiani nell’agosto 2004 dopo il bronzo nel 4 senza Pesi Leggeri assieme a Salvatore Amitrano, Catello Amarante e Lorenzo Bertini, ci racconta un episodio avvenuto sul Tevere per richiamare l’attenzione sulla sicurezza. Soprattutto quando si opera con i giovani, occorre dedicare qualche minuto in più anche agli aspetti apparentemente più banali dell’uscita in barca. 

Pomeriggio buio e freddo di dicembre: come tutti i giorni facciamo l’appello, decidiamo le imbarcazioni e facciamo uscire i ragazzi in acqua per fare l’allenamento. In questo caso parliamo di scuola canottaggio, io quel pomeriggio casualmente non scendo in motoscafo a seguire l’ agonistica perché desidero evitare di fare troppe onde.

Mentre il doppio giallo attracca al pontile per finire l’allenamento lo scafo improvvisamente si ribalta e i ragazzi si ritrovano nell’acqua gelida. L’allenatore al loro seguito gli dice:” La prossima volta imparate a tenervi”!

Bruno Mascarenhas
Bruno Mascarenhas

La questione dura un attimo: il capovoga esce uscito dall’acqua e si appende alla barca ormai capovolta mentre il prodiere non vede… La luce è poca e non si capisce bene la dinamica:  ecco fuoriuscire la testa del prodiere dall’acqua per respirare ma c’è qualcosa di anomalo. Il corpo è sotto e non vedo le mani: la testa ogni tanto va sotto e poi ritorna  sopra, intanto gli occhiali da vista svaniscono nella profondità del fiume.

Allora, senza pensar molto al da farsi, mi tolgo il cellulare dalla tasca dei pantaloni gettandolo per terra e mi tuffo in acqua andando diritto verso il problema: le scarpette!

Controllo sempre se le scarpette sono legate alla barca ma quel giorno la cinghia sinistra si rompe: il piede del ragazzo bloccato in barca. Parliamo di ragazzi di 14 anni: non sono altissimi, quindi in questo caso il corpo è quasi completamente sommerso dall’acqua.

Al contatto con l’acqua gelida e tutto vestito, accuso una piccola crisi respiratoria e vado un po’ in confusione, anche in virtù del caos creatosi attorno a noi, ma riesco comunque ad andare sotto e liberare il piede dalla scarpetta. Subito doccia calda e, dopo un po’, chiamata al genitore per accertarmi delle sue condizioni, non tanto fisiche ma psicologiche.

Che cosa ho provato in quegli attimi?

Rabbia, molta rabbia… Prima di buttarmi nel fiume incrociavo lo sguardo impaurito e indifeso del giovane. Mi passava per la mente che poteva esser Matteo e che dovevo fare qualsiasi cosa come se fosse in pericolo mio figlio.

Con il ragazzo sul pontile e al sicuro, la sensazione è stata di orgoglio per aver affrontato una situazione d’emergenza  con rapidità ed efficienza. Ero bagnato, ghiacciato e il mio corpo emetteva fumo caldo ma non mi importava. Poi, per tutta la serata, mi sono sentito avvolto da una situazione di tristezza: il pensiero alla possibile perdita di una vita, ai genitori che affidano i giovani a noi fidandosi di noi.   Certamente posso comprendere la difficoltà del tecnico: in quel momento, non è facile leggere la situazione e interpretarla in pochi attimi. 

Colgo quindi l’occasione di questo spazio per lanciare un messaggio a tutti gli allenatori e gli istruttori. Non sottovalutate mai la cinghia sotto le scarpette. Lo dico perché vedo spesso i tecnici lamentarsi degli assidui controlli da parte dei giudici di gara, è capitato anche a me lamentarmi, ma dagli allievi agli olimpici il discorso vale nello stesso modo. Ma la domanda è questa. Una cinghia e cinque minuti di tempo risparmiato valgono più di una vita umana?          

Bruno Mascarenhas

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1 commento su “Cinque minuti risparmiati valgono una vita umana?”

  1. Questo è l’annoso problema, volendo tralasciare l’aspetto ovvio affettivo, delle responsabilità a cui va incontro un dirigente e un allenatore. Questa responsabilità cresce, a mio parere, in maniera esponenziale quando hai a che fare con allievi e cadetti magari in un gruppo numeroso. Si può iniziare dalle piccole cose come la cinghia delle scarpe, alla pallina che protegge la prua. Ma poi il resto ? Quando magari corrono per strada? Un allenatore li segue ma se si formano più gruppi a causa della diversa velocità? Cosa fai assumi 5 allenatori per seguirli? Quando sono per mare e il gruppo è composto da diverse imbarcazioni anche se hai più battelli come fai ad esserci sempre e ovunque ? Come fai ad evitare che magari si scontrino se per la loro inesperienza invadono le corsie? Quando fanno il remo ergometro e magari nella foga e nell’inesperienza scappano i piedi dal puntapiedi e si cappottano all’indietro? Puoi mai essere sempre dietro a tutti loro? Quando vai in trasferta magari con un gruppo nutrito come fai a controllare che la notte non facciano cazzate, più di dormire in un corridoio non puoi…
    Dal 2004 al 2012 sono stato dirigente al canottaggio dell’Ilva Bagnoli con una sezione che aveva uno dei gruppi di allievi più numeroso in Italia (mediamente 45 atleti per festival), l’ho fatto per amore smisurato del nostro sport e dei ragazzi ma, ora lo posso dire, con tanta incoscienza. Nonostante noi cercassimo di applicare tutte le regole di prevenzione possibili quante volte si sono cappottati ed il cuore andava a mille, quante volte li mandavo in gara e magari una tempesta di vento me li riportava dopo tempo e il cuore andava sempre a mille, quante volte in trasferta ho dormito nei corridoi per evitare casini nelle stanze per poi scoprire che a volte qualche pazzo (per fortuna raramente) cercava di passare dal balcone per poi desistere per paura, quante volte partivano con l’allenatore per la corsa e magari tornavano al circolo alla spicciolata e in ritardo , quante volte ho visto prue sfiorare i loro corpi nonostante a mare ci fossero gli allenatori con le imbarcazioni che li seguivano con attenzione, quante volte…. La prevenzione è indubbiamente importante e assolutamente obbligatoria e ha piena ragione Bruno : per essa non possono esistere minuti di troppo. Ma non esiste a mio parere prevenzione che ti possa coprire da qualsiasi rischio sopratutto se il gruppo è numeroso e magari le risorse no sono infinite, per questo ritengo che fare il dirigente o l’allenatore di canottaggio richiede tanta sana incoscienza e tanta fortuna affinché tutto vada sempre bene.
    Colgo l’occasione per augurare un grande anno 2016 olimpico a tutto il mondo del canottaggio Italiano.
    Sergio Cuollo (ex dirigente).

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