Quando il coraggio è più forte del pregiudizio. Il coming out di Robbie

Cambridge Town Cup

OutSports pubblica oggi la lettera aperta del venticinquenne Robbie Manson. Il canottiere, tra gli uomini di riferimento della coppia neozelandese (tre volte vincitore nel 2013 in Coppa del Mondo in doppio con il fratello minore Karl e settimo in quattro di coppia a Londra 2012), parla di quella che lui stesso definisce la decisione più spaventosa della sua vita: rivelare la sua omosessualità agli amici di sempre, poco prima delle Olimpiadi del 2012.

Robbie spiega tutto il percorso che lo ha portato fino a questa coraggiosa scelta. Racconta di aver capito presto di sentirsi diverso dagli altri, ma di avere disperatamente tentato di nasconderlo. Fino ad alienarsi, chiudersi in sé stesso, evitando interazioni con altre persone per paura che qualcuno scoprisse il suo più profondo segreto: essere gay.

Felice, fiducioso e competitivo a casa, silenzioso e ombroso a scuola. Un atteggiamento che certo non gli ha consentito di essere molto popolare tra i coetanei. Si avvicina al Canottaggio all’età di 16 anni: Robbie ammette di essersi avvicinato a questo mondo, almeno inizialmente, non solo per la tradizione della sua famiglia (il fratello Karl è suo compagno in nazionale), ma anche per celare ancora di più la sua omosessualità.

Nonostante non lo dia a vedere, Robbie vive la sua adolescenza con il terrore di essere costretto a rivelare la verità ad amici, familiari e compagni di squadra, temendo discriminazioni soprattutto nell’ambito sportivo. Il timore di essere trattati diversamente è troppo, così come troppa è la pressione sulle spalle. Robbie muore di paura ogni volta che qualcuno pronuncia la parola “gay” in sua presenza. Ma pensa di poter continuare a fingere.

Tutto cambia quando suo fratello maggiore gli rivela a sua volta di essere omosessuale. Robbie inizia a trovare la forza per gridare la sua verità. Il primo a saperlo è lo stesso fratellone, poi sua mamma. Fa pace con sé stesso e soprattutto trova il coraggio di chiedere un appuntamento galante: la gioia di essere uscito allo scoperto, anche se con pochissime persone, è la spinta decisiva. Fare coming out non sembra più così spaventoso.

L’occasione arriva poco prima delle Olimpiadi di Londra. Poco a poco, Robbie si confessa con amici e compagni di squadra. Al termine dei Giochi, tutti sanno la verità. Ed è qui la sorpresa più bella: nessuno ha problemi, nessuno cambia atteggiamento in negativo. Robbie riceve solo attestati di stima per il suo coraggio.

Solo da quel momento in poi scopre realmente sé stesso, passando dal terrore di parlare con gli altri alla risata dopo una barzelletta sui gay di un amico. Robbie è felice, la sua prospettiva è cambiata. Ha imparato a essere più forte di quello che pensava, ha capito tante cose su cosa vuol dire essere gay in un ambiente dove la competizione è la prima cosa. Tutte positive.

Scrive questa lettera sperando di poter ispirare chi ha problemi ad accettarsi e farsi accettare per via della propria sessualità, proprio come suo fratello maggiore ha ispirato lui due anni fa. Per mostrare a tutti che essere gay è soltanto una delle tante cose che definiscono una persona. E che sono il lavoro e la determinazione a determinare chi sei e dove si può arrivare, non l’orientamento sessuale.

RowingNZ applaude, via Twitter, il coming out di Robbie Manson.

(ringrazio  Mattia Cutrone per aver scritto il 95% di quest’articolo)

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