L’Italia delle stellette

fiammegialle_finanzaL’idea iniziale era riflettere ad alta voce sui contenuti della trasmissione “Report”, in onda ieri sera, ma ci sarà tempo. Di condivisione in condivisione, quest’oggi, è arrivato anche a CanottaggioMania l’articolo scritto qualche tempo fa, sul suo blog, da Dario Torromeo.  Portiamo alla vostra attenzione, cari lettori, il pensiero di una delle prime firme del Corriere dello Sport sui gruppi sportivi militari. 
Torromeo offre spunti molto interessanti, a cominciare dai numeri. Tutti gli ori azzurri di Londra 2012 conquistati. Una squadra, quella italiana, composta da 194 militari su un totale di 290 atleti (67% contro il 27% di Barcellona 1992). L’89% del medagliere italiano firmato dalle Forze Armate.  Il canottaggio azzurro ne è lo specchio. L’unica medaglia, quella del doppio di Sartori e Battisti, è stata costruita in casa Fiamme Gialle. Dei 23 atleti del nostro team, 16 erano militari. Gli altri 7, in forza a soli 3 club: CC Aniene (4), Canottieri Lario (il due senza femminile) e  Canottieri Padova.

“Si lamentano le società dilettantistiche che vedono perdere i loro potenziali campioncini che scelgono la certezza economica, pensione compresa, dei gruppi militari piuttosto che l’incerto futuro legato ai risultati. La gente si chiede quanto sia giusto pagare con soldi pubblici atleti che continuano a fare come unico lavoro quello degli sportivi, a parte alcuni limitati impegni di rappresentanza – afferma Torromeo  – Dovremmo però anche chiederci perché lo sport sia ridotto in queste condizioni. Il Coni non ha abbastanza soldi per gestirlo in toto”. 

Ecco i motivi del perché l’intervento dei  Gruppi Militari è ritenuto “ancora di salvezza”. L’assenza di cultura sportiva, l’alta percentuale di giovanissimi obesi (il 23% tra 6 ed 11 anni), gli spiccioli investiti nell’alfabetizzazione motoria della scuola primaria e gli impietosi dati sulla pratica sportiva. In Italia solo il 38% dei giovani tra i 15 e i 24 anni fa sport, contro il 70% della Spagna e il 65% di Germania e Francia.

E’ un punto di vista, sicuramente autorevole, sulla situazione dello sport italiano. Condivisibile o meno, i dati sono quelli e naturalmente non possono esser cambiati.

Cliccate qui per leggere l’articolo del giornalista del Corriere dello Sport e… buona riflessione a tutti!

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5 pensieri riguardo “L’Italia delle stellette”

  1. La riflessione da fare parte da molto più in basso, alcuni di questi corpi oltre all’attività di alto livello ha pure le sezioni giovanili, che utilizzano soldi pubblici l’attività sportiva, quando tutte le altre società devono fare i salti mortali.

    Per quanto riguarda l’alto livello, francia, germani e inghilterra insegnano, andiamo a vedere quanti degli atleti di queste nazioni europee sono militari…… Pochissimi e più d’uno lavorano part-time o sono studenti.

    é il nostro sistema che è sbagliato, e quando verranno chiusi i rubinetti, ci sarà da ridere

  2. La situazione caro Marco l’hai descritta impietosamente tu. “Così è se vi pare” ..quindi trovo che il proseguo dei nostri campioncini presso le strutture militari sia una manna dal cielo. Quando e cosa sarà in futuro non lo so ma sicuramente so che la scelta di proseguire, stipendiati, lo sport che si ama, sia giusto. Se ne facciano una ragione le società senza mezzi. E’ egoistico pensare di tenere vincolati alla propria società un atleta forte ma che senza mezzi non riuscirà mai a fare il salto di qualità (e oltretutto non troverà mai lavoro). Come si fa a dire..” all’estero lavorano, studiano e si allenano”??? Sì è vero, ma non sono in Italia. Quì da noi non trovano lavoro nemmeno le persone normali figuriamoci gli atleti che si allenano tutti i giorni. Parlando personalmente, sono stato io in primis a raccomandare ad un mio atleta il college di Piediluco e secondariamente a ‘benedire’ la sua volontà di entrare in un corpo militare. Credo che un atleta veramente forte, ad un certo punto della sua vita agonistica non appartenga più alla società ma alla nazionale azzurra e chi l’ha fatto arrivare lì debba sentirsi fiero. Forse sono un po troppo nazionalista ma io la penso così.
    Per finire, @Danilo avrà anche ragione su come va tutto bene all’estero ma quì siamo in Italia. Non funziona mai niente e quando abbiamo qualcosa che funziona (gruppi militari) non va bene nemmeno quello!…MAH! 😦

    1. Se si utilizzassero i corpi militari solo per l’alto livello potrebbe anche andare bene, ma quanti atleti sono parcheggiati nei corpi militari e non fanno niente?

      Quanto meno che ci sia la meritocrazia, vinci ti pago, se per 2 anni non porti risultati a livello internazionale avanti un’altro giovane

      Senza contare ripeto che è assurdo che l’attività giovanile venga svolta da alcuni corpi militari a spese nostre

  3. Caro Marco,
    quando si ragiona sulle prospettive tutti possono avere ragione ma non demonizziamo l’opportunità, oggi, di crescita ai canottieri offerte dalle strutture militari, sia nel quadro sportivo che nella fase successiva della vita del campione, una volta che non potrà più partecipare ai grandi eventi per ragioni di età. E hai rispolverato quell’apprezzabile dissertazione filosofica del grande Franco Zucconi, che dopo la sua pubblicazione non ha provocato, mi pare, interventi ad hoc.
    Guardiamo però a come è cresciuto nei decenni il canottaggio italiano, a differenza di altri movimenti sport-culturali dell’area british, di cui si possono ammirare oggi determinati indirizzi operativi, ma anche osservare nelle liste di gara degli importanti appuntamenti primaverili sul Tamigi, oggi tanto di moda anche tra gli italiani, le frequenti indicazioni alle squadre “parrocchiali”, mentre se non ricordo male sino ad un certo numero di anni fa i nostri parroci “recriminavano” agli organizzatori di gare remiere alla domenica. In Italia il canottaggio è cresciuto in tempi lontani in una sorta di fascia d’élite, in cui però – buon segno di democrazia sportiva – accanto allo studente universitario potevamo trovare anche l’operaio o il contadino, ed anzi anche da noi, in tempi ahimè lontani, i programmi delle gare, come in qualche caso ritroviamo ancora in certe regate estere, accanto ai nomi alla volte apparivano i titoli accademici (ma è un aspetto ovviamente secondario nel caso che stiamo analizzando). C’era un grande impegno, ma esistevano molti freni in quanto i meno giovani ricorderanno che le barche per partecipare alle regate venivano spedite in opportuno imballaggio a mezzo ferrovia (la cosiddetta spedizione “grande velocità” alla stazione ferroviaria più prossima). E se hai avuto la bontà di leggere le cronache del campionato d’Europa 1947 che precedette l’exploit della Moto Guzzi l’anno successivo a Londra, ritroviamo che i nostri eroi trasportarono le loro barche dalla stazione ferroviaria di Lucerna al Rotsee con un carro trainato da un cavallo, e ricordava Franco Faggi, ma bisognava accompagnarlo e stare attenti per la sistemazione traballante “… e tutti stavamo attenti ad evitare danni e lo stesso segretario generale Mario A. Rossi, che veniva da Torino, si impegnò in questa operazione. Ed era bello, tutti a collaborare, davvero un grande spirito di squadra”.
    Nel 1924 alle Olimpiadi di Parigi l’otto della Diadora di Zara che sembrava avesse nei remi un risultato da primato, ebbe un travagliato periodo di avvicinamento (non sto a riportare tutti gli eventi e le manchevolezze che precedettero quella partecipazione), concludendo al terzo posto. E poche settimane dopo a Zurigo erano in programma i Campionati d’Europa. Ma dopo Parigi, alla vigilia del nuovo evento, sulla Gazzetta dello Sport del 3 agosto apparve questa notizia: “L’otto della Diadora per quanto sollecitato non ha potuto accettare l’invito della Federazione perché i suoi vogatori avevano già anche troppo lungamente abbandonato i loro traffici ed i loro impieghi (*) per la selezione prima e per le regate olimpioniche poi. Si aggiunga che mentre gli zaratini erano in viaggio per Parigi un violento nubifragio, scatenatosi sulla costa dalmata, arrecava gravissimi danni alla proprietà del fratelli Cattalinich.”
    (*) Oddone Talpo, dal cui libro sullo sport a Zara si ricavano queste informazioni, puntualizzava: “praticamente dal 15 giugno e per tutto il mese di luglio i 9 atleti erano stati a disposizione della Federazione: né allora vi erano rimborsi, incentivi o altro. E i fratelli Cattalinich in particolare, a Zara avevano un piccolo cantiere navale, uno “squero” come veniva chiamato, in cui lavoravano i tre fratelli con un uomo di fatica, ed era evidente che nella particolare circostanza non avrebbero potuto rispondere all’appello federale”. E certamente, si può supporre che al fatto seguisse una certa incomprensione, tant’è che poi per un paio di anni la Diadora disertò i campi di regata.
    Inoltre i meno giovani ricorderanno che sino a non molti anni fa era in vigore una vecchia disposizione, che risaliva ai primordi del secolo scorso, che imponeva alle società di canottaggio di segnalare ogni anno alla più vicina Capitaneria di Porto l’elenco dei canottieri tesserati (qualcuno cercava di glissare, perché la ferma di mare era più lunga), e dove possibile le società cercavano di aggirare la norma cercando di far arruolare il campione, dopo il CAR, nella struttura militare più prossima per poter proseguire gli allenamenti in società. Tutte situazioni che non aiutavano certo la crescita dei campioni.
    In seguito le cose cambiarono, furono apprezzate le possibilità degli arruolamenti nei Centri di Sabaudia anche, ritengo, per una modesta (allora) condizione economica migliore rispetto ad altri corpi militari. La stessa Federazione apprezzò la collaborazione che si stava sviluppando ed a volte erano anche le stesse società che caldeggiavano l’arruolamento, in quanto negli anni i vari centri militari avevano sensibilmente migliorato le loro strutture, divenendo quelli che oggi conosciamo come dei centri di eccellenza sportiva. A questo punto se un ragazzo che nella sua società ritiene di avere raggiunto il top, magari in una barca corta ma la sua ambizione lo porterebbe a desiderare qualcosa di più e quindi – sia pure in contrapposizione ad altre opinioni – fila quanto dice Andrea “..quindi trovo che il prosieguo dei nostri campioncini presso le strutture militari sia una manna dal cielo. Quando e cosa sarà in futuro non lo so ma sicuramente so che la scelta di proseguire, stipendiati, lo sport che si ama, sia giusta. Se ne facciano una ragione le società senza mezzi. E’ egoistico pensare di tenere vincolati alla propria società un atleta forte ma che senza mezzi non riuscirà mai a fare il salto di qualità (e oltretutto non troverà mai lavoro).”
    Ferry

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