Uno di noi: Livio La Padula

Livio La Padula
Livio La Padula

Una persona così positiva, generosa e solare. Agli occhi di tutti, affronta sempre ogni tipo di difficoltà con il sorriso sulle labbra e senza mai gettar la spugna. Basterebbe aver assistito, alle 7 del mattino di domenica 25 novembre 2012, a un suo allenamento sul lungomare a Castellammare di Stabia. Sedici tirate da 1500 metri, in doppio assieme alla quindicenne Mena Sicignano. Avanti e indietro, su e giù senza mai un lamento, a parte l’invito, rivolto a se stesso, a esprimere maggiore intensità. Una fatica mitigata, poi, da un cappuccino freddo preso insieme a papà Antonio.  Il nostro colloquio parte proprio dal rapporto padre-figlio per poi spostarsi su ambizioni, motivazioni, uno sguardo al canottaggio internazionale. Non rinunciamo neppure a trattare temi scottanti come doping e razzismo. 

“Per chi non si accontenta”. La pubblicità di quel noto ferro da stiro ci aiuterebbe a inquadrare  Livio La Padula. Ha raggiunto il traguardo della Laurea, ma il suo percorso accademico prosegue con il master MBA”sport and management”. Ha vinto tre titoli mondiali e svariate medaglie, ma nel canottaggio si sente tutt’altro che arrivato. In Sabrina Noseda ha trovato “equilibrio,  fiducia e amore”, qualità che si augura di poter ricambiare al cento per cento. La fiducia, insieme alla stima ed alla mentalità, sono le doti del nuovo corso tecnico azzurro evidenziate dal poliziotto stabiese.  Da uno di noi.

Con papà Antonio
Con papà Antonio

Livio, qualche giorno fa abbiamo parlato di padri che si vogliono sostituire agli allenatori. Nel tuo caso, papà è anche l’ allenatore in Nazionale. In che misura Antonio ha influito sulla tua crescita sportiva, a livello di club, ed in che modo, adesso, vivete questa nuova esperienza?
“Indubbiamente, la passione per il canottaggio mi e stata trasmessa da mio padre che sin da bambino, quando mamma era al lavoro, portava me e mio fratello Simone al circolo. Ricordo come se fosse ieri che, ai miei occhi, quei duri allenamenti sembravano un gioco grazie alla capacità degli allora canottieri del Circolo Nautico Stabia di sorridere e giocare con me tra una serie e l’altra di pesi. A 5 anni ho iniziato a fare ginnastica attrezzistica con mio fratello. All’eta di 10, contrariamente alla decisione presa da Simone di non voler sentire parlare di remi e barche da canottaggio, decisi di imparare a remare. Ti devo dire che grazie agli allenatori dei miniskiff, Maurizio Zingone e il mai troppo compianto Nino Forte, mi sono appassionato allo sport coi remi. In tutto questo il ruolo di mio padre era da spettatore, essendo impegnato con la nazionale maggiore e con i Senior del circolo. Con il passaggio alla categoria Ragazzi papà ha iniziato a seguirmi e da subito ho notato che, da entrambe le parti, il nostro rapporto si scindeva: al circolo era il mio allenatore ed ero trattato alla stregua di tutti gli altri atleti, a casa era mio padre, sempre pronto a ripetermi che la cosa fondamentale per me sarebbe dovuta essere lo studio e tutto il resto, compreso il canottaggio era secondario anche se questo sport mi serviva  a perdere peso dato che ero arrivato a 90 kg! Altro fattore fondamentale, importante per la mia crescita da atleta, è che spesso papà Antonio ci faceva allenare in barca con gli azzurri dello Stabia che  vincevano addirittura medaglie ai Mondiali ed alle Olimpiadi. Per noi (io, Salvatore Di Somma e Ciro Prisco) era un onore poter remare con i nostri “idoli”. Dalla mia prima partecipazione mondiale nel 2001, come Junior a Duisburg, ho dovuto aspettare fino al 2007 (otto PL) per vedere papà sul campo di gara come spettatore a Monaco. Nel 2004, infatti, io ero a Banyoles all’esordio sull’otto PL  e lui al seguito della squadra olimpica. Il papà-allenatore? Non posso negarti che la sua presenza in Corea è stata fondamentale per la tranquillità che mi ha trasmesso. Sotto il profilo tecnico, ho una stima immensa nei suoi confronti e veramente penso che sia uno degli allenatori migliori in circolazione in Italia. Ovviamente, come padre, non avrei potuto avere di meglio: mi ha guidato nella direzione giusta senza mai forzare alcuna scelta, e la stessa cosa l’ha fatta anche con Simone”. 

Il quattro senza PL a Chungju
Il quattro senza PL a Chungju

Riassumimi in tre aggettivi, motivandoli, questa tua prima stagione del nuovo quadriennio olimpico.
“FIDUCIA e STIMA. Te li scrivo insieme perché penso che non può esserci fiducia verso un sistema se non si ha stima nelle persone che lo guidano e che lavorano all’interno di esso. Fiducia per vari motivi: uno di questi è che a ogni domanda o dubbio di qualsiasi genere ci viene data sempre una risposta valida e motivata. Poi perché la programmazione ha delle solide basi scientifiche e, in passato, ha portato grandi risultati. Grande stima, inoltre, verso le persone che si fanno in 4 per noi perché mostrano grande passione in quello che fanno! Aggiungo poi MENTALITA’, nel senso di voglia di lavorare, migliorarsi e combattere per raggiungere l’obiettivo”. 

In cosa la situazione generale della squadra azzurra, a tuo avviso, è migliorata ed in cosa deve ancora migliorare?
“La cosa che è saltata subito all’occhio, sia all’interno che all’esterno, è il gruppo. Adesso posso dirti che siamo una squadra coesa e compatta, a differenza di altri anni che sembravamo essere più squadre nazionali. Da migliorare, non so che dirti: penso che più che altro dobbiamo essere noi atleti a parlare di meno e “fare” di più”.

Ti rifaccio la stessa domanda, ma stavolta a proposito di Livio La Padula.
“Fare il quattro senza, quest anno, mi ha insegnato tanto. Ho iniziato a capire come “sentire” la barca e non dare mai niente per scontato. Cosa migliorare? Tantissimo, potrei prepararti una lista infinita: dalla tecnica al carattere”. 

Quattro senza Pesi Leggeri, roba da roulette russa. Cosa può fare, secondo te, la differenza in una specialità in cui i distacchi tra primo e sesto sono sempre così esigui?
“Il quattro senza PL è una specialità difficilissima. Ogni anno è diverso dal precedente ed è stato dimostrato dal Sudafrica, campione olimpico a Londra dopo aver raggiunto la finale B a Bled l’anno prima. Per primeggiare in questa specialità, NIENTE deve essere lasciato al caso e la cura dei particolari, insieme all’essere maniacale su tutto, può aiutare a migliorarsi ed a fare la differenza”. 

In azione agli Europei
In azione agli Europei

In generale, guardando il contesto internazionale, cosa ti ha stupito in positivo e cosa in negativo dell’ultimo Mondiale?
“Mi ha stupito il fatto che rispetto agli altri anni post olimpici dove i “forti” si prendevano un anno di stop o si buttavano in specialità più “facili”, quest anno il livello nelle specialità olimpiche era molto più alto rispetto alla media degli anni post olimpici passati. La cosa che si dovrebbe migliorare è la comunicazione, la divulgazione e la chiarezza che dovrebbe esserci da parte della FISA in merito a come entrare a far parte o partecipare alle attività della stessa. Non tutti lo sanno ma esiste una rappresentanza atleti e allenatori all’interno della FISA”. 

In un certo periodo, nel 2012, hai anche remato di coppia. Mai rifatto un pensierino in questi ultimi tempi?
“L’anno scorso mi sono divertito tantissimo a remare di coppia, poi ho avuto la fortuna e l’onore di gareggiare al primo meeting nazionale in doppio con Pietro Ruta. Ti dico fortuna e onore perché, oltre a stimarlo come atleta, nutro nei suoi confronti una stima immensa. E’ un grande uomo. Non ti nego che di coppia riesco ad avere delle sensazioni che, solo quando sono veramente comodo, provo in una barca di punta. Questo mi porta a divertirmi molto a remare “con due remi” e, a un certo punto della stagione, mi sarebbe piaciuto riprendere la vogata di coppia per liberarmi la testa”.

Il caso del pene finto del siepista Licciardi: nel canottaggio, per fortuna, non sono mai accaduti episodi del genere. Tu che idea ti sei fatto della vicenda?
“Ho letto di Licciardi. Non avrei mai potuto pensare che la “furbizia” umana potesse spingersi fino a questo punto. Non ho parole per quello che ha fatto, merita la squalifica immediata! Per fortuna nel canottaggio i casi di doping non sono cosi frequenti come negli altri sport ma, si sa, il doping gira intorno ai soldi”. 

Con la fidanzata Sabrina
Con la fidanzata Sabrina

E, da ragazzo del Sud, cosa pensi della discriminazione territoriale e razziale che avviene negli stadi? Come la si può combattere?
“Non ho mai nutrito una grande stima verso il “popolo del pallone” e questi episodi di discriminazione sono la conferma dell’ignoranza di una parte delle persone che seguono accanitamente il calcio. Da una parte ti direi che, in presenza di cori razziali o discriminatori, la FIGC dovrebbe adottare la “tolleranza zero” e chiudere gli stadi a quelle tifoserie “incriminate”. Dall’altra parte ti direi “non ti curar di loro ma guarda e passa”.

Nel canottaggio hai trovato l’amore: Sabrina. C’è una cosa che non le hai ancora detto e puoi dirle tramite CanottaggioMania?
“Il rapporto con Sabrina è qualcosa di nuovo. Non ero mai riuscito a sentirmi cosi bene con una persona. Lei mi ha dato equilibrio, fiducia e amore. Spero di ricambiarla in maniera adeguata. Siamo in sintonia, non solo per la passione verso questo sport che ci accomuna e ci ha fatto incontrare, ma soprattutto perché abbiamo lo stesso modo di concepire la vita al di fuori del canottaggio. Siamo fidanzati, amici e complici. Sinceramente non potrei chiedere di più perché lei è veramente fantastica, sempre pronta a darmi sostegno nei momenti di crisi, riesce a farmi sorridere anche nelle “giornate no” e, nonostante la distanza che ci separa, mi è sempre vicina”. 

 

Il giorno della Laurea Specialistica con Davide Riccardi
Il giorno della Laurea Specialistica con Davide Riccardi

2014: che anno sarà per te a livello sportivo e non?
“So che sarà difficilissimo, se non impossibile, ma l’obiettivo e continuare a gareggiare in quattro senza. Al di fuori del canottaggio, sto facendo un MBA in “sport and management” che dovrei finire a giugno. Spero di poter sfruttare anche questo titolo accademico una volta finita l’attività agonistica”.

Foto Anna Bonciani e Mimmo Perna

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