Se non soffriamo, non siamo contenti!

Da sinistra: Carola Maccà, Luca Frigo, il Meteopatologo, Stefano Bellio, Massimo Clagnaz, Eros Goretti e accosciato Marco Trevisan
Da sinistra: Carola Maccà, Luca Frigo, il Meteopatologo, Stefano Bellio, Massimo Clagnaz, Eros Goretti e accosciato Marco Trevisan

“Ciao Marco, come promesso ti invio queste note che descrivono la mia esperienza della regata “Tour du Léman à l’Aviron” conclusasi sabato scorso”. Ricevo molto volentieri questa e-mail di Stefano Bellio, dirigente e vogatore genovese, con cui racconta ai lettori di CanottaggioMania l’indimenticabile esperienza della partecipazione alla più lunga regata internazionale in bacini chiusi.  

E’ facile e scontato dire che è stata un’esperienza indimenticabile: eppure è l’aspetto che meglio contraddistingue questa regata di “long endurance” al limite della resistenza di un canottiere. Indimenticabile per numerosi aspetti: innanzitutto la difficoltà di preparazione della gara sia per quanto riguarda l’impostazione dell’imbarcazione che per quanto riguarda la preparazione fisica. Sono aspetti che non si possono improvvisare; vanno studiati e preparati per tempo. Probabilmente il top della preparazione si può raggiungere solo con l’esperienza diretta o trasferita da chi ha già partecipato: ogni piccolo particolare può essere determinante. Il mio primo tentativo effettuato nel 2008 ha sicuramente contribuito ad affinare alcuni aspetti tecnici che sono stati determinanti ma, durante lo svolgersi della gara, ci siamo resi conto che avremmo potuto modificare alcune impostazioni della barca che ci avrebbero agevolato.

Poco dopo l'arrivo
Poco dopo l’arrivo

Una breve descrizione della regata: il “Tour du Léman à l’Aviron”, giunto alla 41esima edizione, è la regata più lunga al mondo in bacini chiusi. L’aspetto più importante del regolamento è che ogni equipaggio deve essere completamente autosufficiente: non può far riferimento ad aiuti esterni per tutta la durata della gara, pena l’esclusione. Questa regola e la possibilità (anzi la certezza) di vogare di notte richiedono di impostare l’imbarcazione con tutti gli accorgimenti utili per far fronte a queste difficoltà. C’è da tenere in conto anche la meteorologia locale e quindi la possibilità di incontrare moto ondoso avverso e pioggia: sembra che per questa regata sia quasi la regola.

L’idea di partecipare all’edizione 2013 della regata è stata dei miei amici triestini Massimo Clagnaz e Marco Trevisan. Sapendo che già una volta avevo tentato l’impresa mi hanno chiesto se avevo intenzione di riprovarci. “Perché no” mi sono detto; “uno stimolo per allenarmi e per tenermi in forma”. Così siamo partiti un anno fa, circa.

L’equipaggio è stato formato nel tempo grazie ad incontri casuali con amici di lunga data; Luca Frigo, Eros Goretti si sono resi disponibili all’impresa. Mi piace ricordare come Eros ha confermato la sua presenza: l’ho incontrato in bicicletta lungo il campo di regata di Siviglia, in occasione dei Campionati Europei; “Eros che ne dici di fare una regata di 160 km? Ne hai voglia?”. “Sì” è stata la sua risposta. Non mi ha chiesto quando, dove, con chi. Essenziale, affidabile ed efficace.

Stefano Bellio e gli effetti traumatici dopo 160 km di voga
Stefano Bellio e gli effetti traumatici dopo 160 km di voga

Anche Luca non ha avuto problemi nel confermare la sua presenza: sulla sua affidabilità non avevo timori. Era la persona giusta per una sfida estrema. Non avevo però potuto apprezzare la sua migliore qualità che più tardi ho scoperto. Ora spiego di che cosa si tratta. Luca è irrimediabilmente ed ossessivamente innamorato del Canottaggio. Chi leggerà queste righe e ha praticato il nostro sport sa di che cosa parlo. Molti Master hanno questa sindrome ed anch’io mi riconosco fra quelli; non si fanno calcoli di convenienza 
od opportunità. L’importante è remare ed avere poi una storia da raccontare. Purtroppo Luca, il giorno prima della partenza, ha avuto un grave problema ad un tendine del braccio sinistro: con molta sofferenza, non solo fisica, ha dovuto rinunciare a salire in barca. E’ qui che ho scoperto il lato migliore di Luca, quello che, dal mio punto di vista, fa la differenza fra un Campione e un bravo atleta: l’altruismo e l’amicizia. Nonostante fosse fuori dall’equipaggio ed avesse rinunciato alla regata che aveva meticolosamente preparato, si è prodigato al massimo delle sue possibilità per la riuscita dell’impresa. Ancor più di quello che avrebbe fatto se in barca ci fosse salito lui. Grazie Luca.

Massimo ha quindi dovuto risolvere in brevissimo tempo la sostituzione di Luca: bisognava trovare un sostituto che garantisse la massima affidabilità per riuscire a portare a compimento il Tour. Qualcuno che non si preoccupasse di affrontare più di 12 ore ai remi e che quindi avesse il giusto allenamento. Massimo non conosceva Superman ma Wonder Woman sì. Carola Maccà è quindi stata catapultata dal Tribunale di Genova (di professione fa l’avvocato) a Ginevra in meno di mezza giornata!

L’equipaggio quindi era pronto. Mancava però ancora qualcosa, quello che a Massimo ho indicato come la nostra “arma segreta”. Qualcosa a cui nessun altro equipaggio poteva pensare. Noi potevamo utilizzare i poteri sovrannaturali dell’Uomo che governa il Tempo: Cristiano Masciulli noto sui campi di regata con il soprannome di Meteopatologo. Le sue capacità sovrannaturali si sono potute apprezzare già la sera antecedente la regata; l’esperto svizzero del meteo locale ha anticipato di un’ora la partenza e ha avvertito gli equipaggi che a partire dalle ore 20 della sera di sabato le condizioni meteo sarebbero state molto difficili, forse impossibili. Il nostro Meteopatologo sosteneva invece esattamente il contrario adducendo delle deduzioni scientifiche che a noi sembravano più attinenti ad un linguaggio esoterico ma che contribuivano alla fama divinatoria che accompagna il nostro Esperto. “Partite tranquilli, non succederà nulla”. No wave, no wind, no rain,  no storm è stata la sua previsione. Accidenti l’ha azzeccata e ciò mi costerà un pranzo! Ma l’ho portato per questo ed ha fatto il suo lavoro egregiamente.

Alle 6 del mattino di sabato eravamo tutti sul campo di gara, Meteopatologo e signora compresi. Per la verità Massimo e Luca erano scesi alle 4 per preparare con calma la barca: è stato utile anche questo. Alle 7 la barca era pronta; controllo dei giudici delle attrezzature obbligatorie: salvagenti, pompe di sentina, luci, ecc. tutto a posto. Alle 7 e 15 la barca era in acqua. Alle otto, zero minuti e zero secondi, precisione svizzera, il segnale della partenza. Chi pensa che una partenza che precede 160 chilometri si faccia con tranquillità si sbaglia: si spinge come se di chilometri se ne dovessero fare solo due. Così hanno fatto tutti. Anche noi.

Alcuni equipaggi senior hanno cominciato a staccarci già al primo posto di controllo (13 il totale dei controlli in tutto il giro). Abbiamo tenuto saldamente il quinto posto fino a circa 85 chilometri dalla partenza, primi fra i master. A partire dal novantesimo chilometro in avanti non siamo più riusciti a tenere lo stesso passo e la stessa velocità lasciandoci via via superare da alcuni equipaggi fino ad occupare all’inizio della notte la decima posizione che abbiamo mantenuto fino al traguardo.

Detto così sembra che l’impresa non sia stata difficile; non è stato così ovviamente! Dalla partenza al traguardo ci sono state oltre 14 ore di voga ininterrotte. Quasi tre ore nel buio più completo. Dolori in ogni parte del corpo. Non ho mai avuto tante piaghe nelle mani come questa volta! Cambi acrobatici con il timoniere ogni trenta, quaranta minuti; mi sembrava che fossimo velocissimi nei cambi: non riuscivo neanche a bere un po’ d’acqua dalla borraccia. Gli altri equipaggi master al termine della gara invece ci hanno detto che non riuscivano a capire come mai fossimo così lenti! Boh? Forse l’organizzazione tedesca supera l’improvvisazione italiana: mi sono dato questa giustificazione.

Remare al buio senza gps e senza conoscere la costa è stato un altro elemento di difficoltà. Conosco gli svizzeri soprattutto di lingua tedesca come persone ligie alle regole: probabilmente noi abbiamo incontrato l’unico soggetto che sovverte questa credenza: senza luci di segnalazione e altro tipo di luci su un motoscafo a tutta velocità in direzione della nostra prua! Fortuna che a 50 metri se ne è accorto e ci ha scartato! Almeno le nostre luci di segnalazione (e le nostre imprecazioni) sono servite.

Grande la gioia alla vista del getto d’acqua che identifica Ginevra come la Lanterna identifica Genova dal mare. Gioia intima perché non avevamo più alcuna energia per evidenziarla con gesti o parole. Ecco, l’avventura è terminata e sono soddisfatto. Ho raggiunto l’obiettivo che mi ero prefissato ed ho vissuto momenti intensi in compagnia di amici con cui ho condiviso fatiche e difficoltà. Ho qualcos’altro da raccontare che per un Master che invecchia non è cosa di poco conto.

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