Quando il sogno americano diventa realtà

Pietro Zileri (a sx) e Guglielmo Carcano (a dx) a Plodviv: in mezzo il timo Enrico d'Aniello
Pietro Zileri (a sx) e Guglielmo Carcano (a dx) a Plodviv: in mezzo il timo Enrico d’Aniello

Quattro anni negli Stati Uniti, all’Università di Seattle. La loro avventura inizierà domani. L’occasione per il grande passo? L’incontro avvenuto con gli addetti delle università americane durante i Mondiali Junior di Eton 2011. Laggiù, nella Cattedrale del Remo, Pietro Zileri e Guglielmo Carcano avevano vinto il loro primo titolo iridato a bordo dell’Ammiraglia. Si sarebbero poi ripetuti l’anno successivo a Plovdiv dimostrando che il successo dell’anno precedente non era stato il frutto del caso ma di un’attenta e minuziosa preparazione condotta assieme ai loro compagni, sotto l’ala protettiva e con i consigli preziosissimi di due bravissimi allenatori: il CT Claudio Romagnoli ed il tecnico Lello Polzella

“Da Seattle mi hanno invitato a trascorrere in Università una settimana gratis per capire se davvero volevo studiare là. Dopo aver visitato la Washington, ho detto subito si” ha dichiarato Elmo, vogatore della Canottieri Moltrasio, a “La Provincia di Como”. Borsa di Studio completa per lui ed il Conte Pietro, tesserato per la Canottieri Firenze. Entrambi hanno sostenuto e superato gli esami di lingua e materie scientifiche. 

Borsa di Studio per 4 anni, 30mila dollari a stagione a copertura delle tasse universitarie. “Tutto quello che ho visto là vale 10 volte ciò che c’è qui, compresa la palestra che è 15 volte lo spazio dedicato dalla nostra Nazionale a spazi ed imbarcazioni”. 

Canottaggio e studio ad alto livello. Non sono, almeno negli Stati Uniti, il Diavolo e l’Acquasanta. Elmo ed il Conte realizzano così il loro obiettivo di proseguire l’attività ai remi ed iniziare il percorso di studi universitari nella città dello Smeraldo, cara a Bill Gates e Jimi Hendrix. Lasciano l’Italia, un Paese che evidentemente, a livello sportivo ed accademico, non può competere con il sogno USA.  Avanti, ragazzi, siate protagonisti anche a Seattle, con la speranza che in futuro, comunque, potrete regalarci soddisfazioni almeno pari alle gioie vissute a Eton e Plovdiv con il nostro otto Junior. 

 

3 pensieri riguardo “Quando il sogno americano diventa realtà”

  1. Andando in America sono sicuri di fare un’esperienza che rimanendo in Italia non avrebbero mai fatto. Restando in Italia non avrebbero la certezza di far parte dell’elite del canottaggio nazionale.
    Che magari riescono a fare lo stesso andando in America.
    Considerando ciò che hai scritto c’è da considerare l’aspetto economico ( 30 mila dollari per 4 anni! ), le strutture che mettono a disposizione e il percorso formativo universitario di alto livello.
    Fai tu il paragone con l’Italia.
    In piu, secondo me la cosa più importante, nei paesi anglosassoni, sport e scuola, non sono il Diavolo e l’Acquasanta. Anzi. Avendo vissuto sulla mia pelle questo aspetto in Italia, dove invece la cosa è a dir poco trascurata, la scelta americana mette nelle condizioni migliori per coniugare le cose. Anche perché non saranno i soli a farlo. Si troveranno insieme ad altri 50 ragazzi ad affrontare le loro piene giornate, senza mai sentirsi degli alieni per quello che fanno.
    Basta solo pensare all’esperienza della Giulia Longatti e della Aurelia Wurzel a Clemson dove ogni giorno il club dell’università mette in acqua 3 otto femminile per fare allenamento!!!
    Avendo frequentato sia il college di Piediluco che quello di Pavia, ho sempre fatto il paragone con le università anglosassoni, solo su questo aspetto. E ho sempre pensato che siamo indietro anni luce rispetto a loro.
    Per questo, quando ho incontrato Sara Bertolasi, alla festa della Betta a Bellagio ( a proposito: un TOC davvero mondiale ), le ho detto di dare tanta importanza a questo aspetto. L’università deve capire di avere ragazze che studiano ma che si stanno preparando per andare alle Olimpiadi. Deve essere malleabile e comprensiva verso chi vuole fare entrambe le cose ad alti livelli. Non basta la comprensione di alcuni professori, ci vuole un sistema, una linea guida.
    Un interfaccia che sappia coniugare le esigenze degli atleti/alunni con l’università, mettendoli nelle condizioni di fare entrambe le cose nel migliore dei modi.

    In ogni caso, in bocca al lupo ai due ragazzi.
    Enjoy

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