Dal quattro all’otto

canottaggiomania_pagellaUna settimana di relax azzurro, altri temi da affrontare prima di tornare a Chungju. Siamo in debito in tema di numeri, nel senso che non abbiamo completato le Pagelle (clicca per la prima parte). La settimana scorsa ci siamo concentrati sulle barche medagliate, adesso vediamo in rassegna le altre quindici. Un otto va al doppio leggero (Micheletti, Ruta) ed un otto e mezzo al quattro senza (Lodo, Perino, Paonessa, Vicino). Nel primo caso, ci troviamo di fronte a due esordienti a un Mondiale in specialità olimpico, anche se Peppo aveva bagnato le “Olimpiadi dell’emergenza” con un settimo posto, subentrando a Bertini a pochi giorni dal via alle batterie. A 500 metri dal traguardo, Andrea ed il suo capovoga erano campioni mondiali, poi hanno subito il prepotente ritorno di Norvegia, Gran Bretagna e Svizzera. Il finale di gara, a differenza di Lucerna (argento), è stato il loro tallone d’Achille. Troppo sottotono. Ma parliamo sempre di due ragazzi che hanno preso il coraggio a due mani, per riprendere un pensiero caro al nostro storico Presidente Paolo d’Aloja, puntando a vincere il Mondiale e non ad accontentarsi di una medaglia, fregandosene del colore.

 Mezzo punto in più al quattro senza. Età media Under 23, quarto posto raggiunto con meno di due mesi d’assieme e importanti prospettive di crescita. Anche qui l’inesperienza ci sbarra la strada per il podio: poche energie nel momento clou quando la sorniona Olanda ha deciso di cucirsi l’iride addosso. I nostri avversari hanno meglio equilibrato i loro sforzi. Un Mondiale è diverso da una prova di Coppa del Mondo e fare paragoni nei Risultati può esser un esercizio tanto accattivante quanto fuorviante. Come mai? Per tante ragioni, a cominciare dalla possibilità di riposare un giorno intero tra una gara e l’altra, cosa che a mio avviso avvantaggia i veterani.

 Un sette e mezzo per il quattro di coppia di Magnaghi, Colombo, Schiavone e Palma. Sarà pur arrivato sesto, sfiancato all’arrivo, ma per larghi della finale ha addirittura lottato per il bronzo. Quattro atlete estremamente motivate, non ancora in grado di piantare la loro bandierina nell’Olimpo del canottaggio femminile ma senz’altro sulla buona strada. Un sette al due senza di Di Costanzo e Castaldo. Penso che proprio dall’impietoso risultato della finale si possano trarre i giusti stimoli per ripartire. La Nuova Zelanda, apparsa così vicina (cinque secondi e mezzo) in Coppa del Mondo, è tornata a esser decisamente lontana (diciotto secondi). In mezzo, nuove mine vaganti con il prepotente ritorno della Francia e la sorpresa Olanda. Quarti in Europa, primi nel Mediterraneo e sesti nel Mondo. Qualcosa, comunque, di inimmaginabile a inizio stagione per entrambi.Un bel sette anche a Fabrizio Caselli, singolista che registra continui miglioramenti nel Para-Rowing.

 La vittoria in finale B, considerando due formazioni fortemente rinnovate rispetto a Lucerna, significa la sufficienza (6+) per quattro di coppia  e quattro senza PL maschili. Un sei anche al due senza Arcangiolini-Marzari: d’accordo, decime, ma due under 23 nella giungla della punta femminile, sempre buio nella nostra storia a parte il recente passato (Bertolasi-Wurzel) si sono battute come leonesse. Cinque e mezzo al doppio Bellati-Patelli. Cinque all’otto maschile (ed ai singolisti leggeri Casiraghi e Zacco) e quattro all’otto femminile. Insufficienze dovute al risultato, un terzultimo ed ultimo posto, ma non una bocciatura del Progetto (qualificazione a Rio de Janeiro 2016) che, secondo CanottaggioMania, deve andare avanti. Il gap da colmare, in questa specialità, era ampio e nessuno si aspettava risultati molto diversi. Portare le due ammiraglie è stata senz’altro un’operazione molto costosa ma, a mio avviso, sarebbe più costoso (e doloroso) vedere questi ragazzi e ragazze abbandonare la scena del canottaggio agonistico. Lasciarli a casa e negargli la chance di misurarsi con i loro avversari non sarebbe stato utile e funzionale al loro miglioramento ma avrebbe, probabilmente, portato a un calo delle loro motivazioni. Un Mondiale è fonte non soltanto di delusione ma anche di esperienza. Meglio, dunque, imparare a perdere che sognare (da casa) la possibilità di vincere.

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